lunedì 9 gennaio 2017

DA PARIGI A CLAUT

Walter Bonatti a Claut (dicembre 2004)
Stava per concludersi l'anno 2004, ed anche allora faceva molto freddo e non aveva ancora nevicato. In quel di Claut (Dolomiti friulane) mi trovai faccia a faccia, non per caso bensì per una serie di favorevoli coincidenze, con una leggenda dell'alpinismo. A distanza di qualche tempo misi per iscritto un paio di articoli: uno lo ripropongo stasera.
*** ***

Andavo più o meno alle scuole elementari quando sentii per la prima volta parlare di Walter. Ricordo come la sua foto a mezzobusto fosse riprodotta sulla copertina di un vinile a 45 giri, omaggio editoriale del settimanale Epoca, intitolata Le voci degli animali. Facendo scorrere la puntina di diamante ascoltavo, con agghiacciante terrore, i versi di animali per me allora ignoti ed assetati di sangue come lupo, civetta, gorilla e felini di svariate taglie e gradi di ferocia. Il timbro vocale di Walter, che fungeva quasi da Virgilio in mezzo a quel girone dantesco di predatori, ispirava al contrario un notevole senso di fiducia.
Già allora mi chiesi come faceva quel tipo a stare così rilassato all'interno di una simile arca di Noè dove imperversavano i peggiori mostri del repertorio pauroso delle fiabe. Soltanto qualche anno dopo, col senno di poi, compresi invece come chiunque sia sopravvissuto indenne ad una notte all'addiaccio ad ottomila metri di quota non possa che sviluppare con l'universo una sorta di fratellanza che lo fa sentire parte del tutto: un privilegio destinato senza dubbio soltanto ai folli e ai saggi. E Walter di sicuro non era pazzo.
Devo invece all'amico Sergio di Claut il successivo incontro con Walter in carne ed ossa, avvenuto nel paesino friulano in un rigido inverno di quasi trent'anni dopo. Le premesse non sembravano incoraggianti, per essere sinceri: «Walter costa caro», mi aveva ammonito Luca manifestando scetticismo: «difficile che a Claut possano permettersi il lusso di invitarlo». Eppure era tutto confermato, tanto che pregai Sergio di rimediarmi mezz'ora per un breve colloquio, un'intervista, lo spazio per un paio di foto. «Vedrò quel che posso fare», fu la prudente risposta.
A Claut c'era un freddo becco. D'inverno il buio arriva in fretta e quella sera di dicembre, guarda caso, anche l'illuminazione pubblica aveva deciso di non funzionare. L'ospite d'onore aveva tuttavia espresso il desiderio di effettuare una breve passeggiata esplorativa delle stradine immerse nell'oscurità. Eravamo in quattro: Walter, Sergio, il presidente del locale Club Alpino ed infine il sottoscritto. Mancavano ancora quasi tre ore di tempo prima della conferenza, e Walter si era detto d'accordo sull'intervista: «Mi raccomando», mi aveva tuttavia raccomandato con severità, «Lasciamo perdere il K2, quella è una gran brutta storia».
Più tardi, sistemati con le gambe sotto a un tavolo, ammetto che mi presi invece la soddisfazione di barare: ci tenevo a rievocare ancora una volta la tanto discussa spedizione italiana in Karakoram del 1954, e gli domandai pertanto come si fosse preparato ad affrontare il problema delle alte quote. «Rischiammo», fu la disarmante risposta. «Sapevamo solo che i nostri predecessori erano morti, ed avevamo condotto qualche test in laboratorio. Una volta io ed Erich "cademmo" di colpo da 11.000 a 6.000 metri per un guasto tecnico: fu una botta tremenda, restammo intontiti per giorni».
Walter è abituato alla vita di mondo, ma si potrebbe giurare che ricevere la Legion d'Onore dalle mani del presidente francese Jacques Chirac e tenere una conferenza in uno sperduto paese di montagna sia per lui quasi la stessa cosa. «Le piacciono queste montagne? Ci era mai stato prima d'oggi?». «Confesso di no», si rammaricò, «ma la prima cosa che ho notato arrivando in automobile questa sera è stata la luce del tramonto sulle montagne. Da queste parti l'enrosadira è veramente straordinaria».
E l'alpinismo? «Io considero la montagna come avventura, sebbene qualcun altro possa avere idee diverse», concluse Walter prima di riunirsi alla moglie Rossana per la cena: «Dunque alla fine è sempre una questione di scelta. Io posso anche ammirare tutti questi salitori di nuove vie impegnative, piene di spit e chiodi a pressione. Ma per me la montagna è tutt'altra cosa». Mentre lo salutavo non potevo tuttavia fare a meno di considerare un dettaglio forse irrilevante: fu quell'uomo, trent'anni fa, a farmi venire la tremarella ascoltando per la prima volta l'ululato del lupo. Gli era stato sufficiente un semplice vinile a 45 giri omaggio di una rivista. Non posso che essergli grato per questo ricordo infantile. Una cosa tra le tante, di quelle che si scordano in fretta.

[N.d.R: l'articolo che riproduce l'intervista completa a Walter Bonatti (Bergamo, 1930 - Roma, 2011) è stato pubblicato sul Corriere delle Alpi di Belluno nell'edizione di venerdì 2 dicembre 2005].

lunedì 2 gennaio 2017

MICA SERVE SOLO PER SCIARE

La slavina del monte Serva (inverno 2008 / 09)
Il battesimo del freddo avvenne alla fine degli anni Novanta in Val de Canzoi sulle Vette Feltrine, se non ricordo male una domenica di fine inverno del 1998 lungo il sentiero boscoso che da malga Alvìs conduce verso il fondovalle. Caldo, umido, nuvole basse ed ancora molta neve marcia appesa in modo instabile sui canaloni attraversati dal sentiero. Già durante il pranzo al sacco, a metà giornata, la temperatura pressoché primaverile si era alzata e da lontano avevamo sentito il frastuono delle valanghe. Poi arrivò il momento della discesa e cominciarono i guai.
La neve era pesante e nessuno di noi possedeva ancora delle ciàspe (diventarono un equipaggiamento a portata di tasca degli studenti soltanto qualche anno più tardi): in breve fu chiaro che le slavine ci stavano tagliando la strada, e che avremmo potuto ritornare alla base soltanto "scavalcandole" in velocità, sprofondando spesso fino alla vita e facendo affidamento sui pochi minuti di intervallo fra un distacco e l'altro. Non proprio il massimo della sicurezza, insomma. Eravamo piuttosto incoscienti ma, almeno in quell'occasione, anche fortunati. Tornammo alle auto sani e salvi, ed almeno per quanto mi riguarda imparai la lezione: da quel momento in poi, massimo rispetto per la neve ed il suo incontestabile diritto di precedenza.
La neve è una risorsa, e non soltanto per chi vive di turismo: è un'assicurazione per il nostro futuro, un punto di forza per l'ambiente naturale, ed in ultima istanza anche un investimento per i nostri bisogni primari. Basta osservare le montagne aride e disseccate di queste settimane per comprenderne l'importanza. Ma voglio spingermi ancora più in là: il manto nevoso, nelle diverse forme che assume nelle più svariate situazioni ed epoche dell'anno (Mario Rigoni Stern scriveva che sull'Altopiano ogni tipo di neve ha un nome specifico), appare a volte come un'epifania della forza della natura, un elemento primordiale che crea autentici monumenti ed ispira meraviglia. Proseguo con qualche esempio.
Inverno
La cascata della Pissa (inverno 2008 / 09)
2008/09, la slavina della Bocca del Ròsp (Monte Serva, Dolomiti Bellunesi, foto J.S.).
Forse soltanto i più anziani saprebbero ricordare se un fiume di neve di tali proporzioni fosse in passato un fenomeno ricorrente. Ad ogni modo, nel dicembre del 2008 la slavina era già piombata a quota molto bassa nei dintorni del Col di Roanza, invadendo in più punti i tornanti della strada che sale verso il Cargadòr. Una volta stabilizzato, il "letto" della valanga si cristallizzò nelle caratteristiche forme sferoidali che si vedono nella fotografia, dopo una radicale pulizia del bosco i cui effetti sono visibili ancora oggi.
Inverno 2008/09, la slavina della cascata della Pissa (presso Rivalgo, medio corso del fiume Piave). L'immagine con ogni probabilità non rende giustizia all'aspetto monumentale di questa gigantesca piramide di neve, accumulatasi nel corso di molti mesi ed ancora alta diversi metri nella seconda metà del mese di maggio del 2009. Per la cronaca, il corso d'acqua torbido e verdastro che si vede nella fotografia non è un ruscello qualunque, bensì il fiume Piave.
Inverno 2013/14,
La slavina del Tegnàs (inverno 2013 / 14)
slavina lungo il torrente Tegnàs (valle di San Lucano, Dolomiti agordine).
Altra annata che si ricorda molto generosa di precipitazioni nevose. Frutto con ogni probabilità di diversi e successivi distacchi che hanno contribuito a compattarla e consolidarla nel tempo, questa valanga dimostrò senza dubbio uno spirito di resistenza non comune. Alla fine di settembre del 2014, quando l'estate ormai declinava ed il timone del meteo faceva rotta verso una nuova stagione fredda, la slavina possedeva ancora lo spessore e le proporzioni visibili nella fotografia.
Ecco, questo è il pensiero forse banale che mi viene in mente stasera a proposito della neve, che oggi scarseggia ma in altre occasioni è così abbondante che non si sa più dove parcheggiarla: quest'inverno la producono coi cannoni ad uso turistico, mentre ai vecchi tempi per farla sciogliere non erano sufficienti neanche le cannonate.

ELISKI, UNESCO E DOLOMITI

Stasera segnalo questo articolo tratto dal blog di Alessandro Gogna, che a sua volta pubblica integralmente una lettera aperta indirizzata da Mountain Wilderness alla fondazione Dolomiti UNESCO in tema di Eliski.
«Mountain Wilderness Italia si attende dalla Fondazione iniziative concrete, inequivoche e coraggiose, in grado di mettere definitivamente fine all’uso improprio degli elicotteri in montagna».
Naturalmente improprio è la parola chiave: non si tratta di interdire l'uso dei mezzi meccanici in se stessi, quanto piuttosto di distinguere l'essenziale dal superfluo o addirittura (il più delle volte) dal dannoso.

mercoledì 28 dicembre 2016

SCOPE DI SAGGINA E PLANTIGRADI DA TIRO



Il monte Agnèr e la valle di San Lucano
Va aggiunto che la Val di San Lucano, sopra Agordo, è, per diffusa credenza popolare, una delle sedi preferite dal funesto Vecchio per il letargo invernale.

[Dino Buzzati, I miracoli di Val Morel, Garzanti, Milano, 1971]

Allo scrittore, giornalista e pittore bellunese con ogni probabilità ogni tanto piaceva anche buttarla sul ridere, tanto che nel paragrafo di commento al suo ex-voto Il Vecchio della montagna discacciato dalla Santa con una scopa egli immaginava un epico scontro fra entità soprannaturali fluttuanti nell'etere e dai tratti assai fumettistici: personaggi di pura fantasia che non avrebbero certo sfigurato nel novero dei supereroi Marvel. Il duello all'ultimo sangue, condotto a colpi di scopa di saggina, si sarebbe svolto agli inizi del secolo scorso, secondo la ricostruzione dello stesso Buzzati, nella valle del torrente Tegnàs conosciuta oggi come Valle di San Lucano, proprio di fronte al monte Agnèr che può essere chiaramente identificato anche sullo sfondo del quadro.
Ma nei dintorni di Col di Pra, come narrato dai pannelli esplicativi presso la chiesetta edificata a metà della valle, viene tramandato da tempi ben più antichi anche il racconto delle gesta di San Lucano, singolare figura di vescovo ed eremita che si vocifera abbia concluso qui la sua esistenza nella prima metà del V secolo dopo Cristo, al tempo dell'eresia ariana. Partito a dorso d'asino alla volta di Roma per conferire con papa Celestino I, il santo avrebbe incontrato un contrattempo strada facendo, quando un orso feroce assalì ed uccise il suo modesto destriero. Lucano soggiogò prontamente la bestia e la sfruttò come mezzo di trasporto per proseguire il viaggio fino alla sede pontificia, dove lo stesso papa Celestino ben comprese di trovarsi davanti ad un pezzo grosso: «Lucano, tu sei più santo di me», sono le parole che vengono attribuite al successore di Pietro. Ritiratosi infine in una grotta ancora oggi esistente sopra Col di Pra (il Kol, lungo il sentiero che sale verso il Miél), il santo avrebbe trascorso gli ultimi anni di vita terrena liberando la Val Bissèra dalla minaccia di vipere e basilischi vari, nonché scoprendo alcune fonti d'acqua benedetta. Perfino il saggio Obi-Wan Kenobi di Star Wars non avrebbe saputo fare di meglio.
Al giorno d'oggi frequentare la Valle di San Lucano è molto meno pericoloso rispetto ad un tempo e comunque non si rischiano più incontri così poco raccomandabili. Una camminata fino ai pascoli di Campigàt lungo la franosa strada bianca che si inerpica con molti tornanti fino a forcella Cesurette offre all'escursionista uno strabiliante punto d'osservazione panoramico verso le Pale di San Martino e la Marmolada, dopo una stranissima salita su un nero terreno vulcanico che non ha nulla da spartire con l'ambiente dolomitico circostante.
Dalla forcella di Caòz
Sebbene le abbondanti precipitazioni nevose degli ultimi anni (scatenate forse dal mitico Vecchio buzzatiano) abbiano in molti casi deteriorato i sentieri di cresta, gli scarpinatori più disponibili al sacrificio possono proseguire il giro fino alla forcella di Caòz e rientrare a valle passando per baita Malgonèra. Lungo la strada del ritorno, non bisogna scordare una breve visita ad alcune caratteristiche cascate, ultime vestigia della meritevole opera rabdomantica messa in atto in epoca altomedievale dal santo domatore d'orsi.

mercoledì 21 dicembre 2016

LA CODA SOTTO LA PORTA

Colpo d'occhio sulla faglia.
«Mai farsi sorprendere con la coda sotto la porta». Mi è sempre rimasto impresso questo scherzoso intercalare di un forte amico alpinista dei miei paesi - oggi purtroppo andato avanti - mediante il quale egli faceva riferimento a situazioni incresciose ed oggettivamente scomode che potevano comportare la perdita della vita per una semplice sbadataggine o imprudenza.Con un linguaggio più tecnico e meno emozionale, potremmo oggi parlare di punto di non ritorno. La ricetta del mio amico per far fronte ad un siffatto pericolo era la medesima dell’Odisseo omerico, maestro di stratagemmi: «Non è la dotazione tecnica che crea il campione, bensì una certa disposizione psicologica, la forza del carattere e la capacità di sapersi arrangiare».
Mi piace ad ogni modo considerare come la nozione di strada senza uscita possa acquisire una doppia valenza, tanto che rivoltandola come un calzino può perfino assumere i contorni di un punto fermo acquisito, l'occasione (e giocoforza anche la necessità) per guardarsi attorno in cerca di altre strade, un nuovo orizzonte che può aprirsi contro ogni previsione. Certo, sempre se riusciamo a levarci dai fastidi in tempo utile per distinguerlo.
Anche volendo prescindere dal fattore rischio per l’incolumità personale, ho spesso considerato come l’ambiente naturale offra moltissime situazioni e luoghi al limite, non per forza pericolosi ma comunque simbolici, ai quali gli uomini amano assegnare significati particolari che possono cambiare in base al tempo, allo spazio e alla cultura. Mi è capitato di visitare uno di questi luoghi durante le mie ferie estive del 2015 in Islanda, quando le avverse condizioni meteorologiche obbligarono il mio gruppo ad interrompere un trekking nella zona del Landmannalaugar: pioveva a dirotto, e la nostra guida ci propose, oltre ai geyser d’ordinanza, anche una visita al sito della faglia medio-atlantica, un luogo unico al mondo.
Si tratta infatti del solo posto "asciutto" sulla crosta terrestre, mentre la regola ne imporrebbe invece la presenza limitatamente al fondo degli oceani, dove due diversi continenti vengono a contatto: nel caso del parco nazionale di Þingvellir si tratta di un lentissimo moto di allontanamento, ed i due continenti interessati sono Europa ed America, che si fronteggiano dall'alto di due bastioni rocciosi lunghi diversi chilometri ed interrotti ad intervalli più o meno regolari da alcune graziose cascate.
Dentro la faglia, fra Europa ed America.

Þingvellir è anche importante nella storia islandese per essere stato la sede del primo parlamento della storia propriamente detto: era il X secolo dopo Cristo, e nella stessa epoca in cui a casa nostra la politica era impegnata in faccende semiserie come la lotta per le investiture, in Islanda si riuniva con cadenza annuale una conferenza di capi villaggio chiamata Althing che serviva per risolvere le controversie fra le varie tribù ed istituire leggi comuni. Nella medesima sede, nel giugno del 1944, venne proclamata l'indipendenza islandese.
Oltre che un luogo al limite, si tratta dunque di un vero crocevia di scienza, storia, geografia e cultura. Forse nessuno ci è veramente rimasto con la coda sotto la porta, ma di sicuro a Þingvellir molti destini e storie personali sono stati stabiliti nel corso dei secoli.

domenica 18 dicembre 2016

ALTRO CHE BOSCONERO

Il monte Rite e l'Antelao, dagli Sforniòi nord
Il gruppo dolomitico è quello degli Sforniòi - Bosconero, ma bisogna chiaramente ammettere che in alcuni momenti dell'anno, e soprattutto con determinate condizioni meteorologiche, la denominazione ufficiale risulta alquanto fuorviante. Bastano infatti un paio di immagini scattate all'inizio del mese di novembre 2016 nei pressi del passo Cibiana per rendere evidente la grande varietà di colori e sfumature osservabili su queste montagne a cavallo tra Ampezzo e Zoldo. La prima fotografia coglie in primo piano il monte Rite, già sede di un forte del primo conflitto mondiale negli anni 1914-18 più tardi ristrutturato ed oggi diventato il Messner Mountain Museum. Più lontani, l'Antelao e le Dolomiti d'Ampezzo.
Gli Sforniòi dallo Spiz de San Piero
Il secondo scatto offre una visione degli Sforniòi dal sentiero sul versante zoldano che conduce allo Spiz de San Piero: si tratta di un ottimo punto panoramico su buona parte del Canale del torrente Maè. Il giro completo delle forcelle degli Sforniòi (Ciavazòle, dei Matt e forcella Bella) è un autentico tour de force da 1800 m di dislivello che ho già compiuto in passato e spero di ripetere ancora, salute permettendo.

mercoledì 14 dicembre 2016

IL BASSOTTO CHE SFIDAVA LE AQUILE

Sono trascorsi ormai dieci anni dal piccolo dramma familiare raccontato nel pezzo seguente, che mi è capitato di rileggere stasera per puro caso mentre cercavo qualcosa di completamente diverso negli archivi del mio cervellone meccanico.
Un decennio e molta acqua sotto i ponti. All’epoca, tuttavia, questa storia non mi aveva colpito nel profondo tanto per i personaggi coinvolti (tutti ormai conosciuti dal grande pubblico), quanto piuttosto per la situazione in se stessa, nella quale molti potrebbero identificarsi: chiunque abbia perso un cane, un gatto o un altro animale domestico sa bene a cosa mi riferisco.
*** ***

Se n’è andato a quindici anni, e tempo fa qualcuno mi ha spiegato come per un quattrozampe come lui si trattasse di un’età ragguardevole, quasi equivalente alla soglia del secolo nel caso dei bipedi. Destino o sfortuna hanno tuttavia voluto che Scopetta, da anni spalla fissa di Franco Miotto, non lasciasse questo mondo per il sopravanzare della vecchiaia. È vero, negli ultimi tempi si era un po’ appesantito e risalire i pascoli sul Nevegàl gli faceva venire il fiatone, ma la vecchia scorza reggeva ancora con qualche rattoppo qua e là.

Nell'arco di soli quindici anni, in compagnia della sua controparte che cammina in posizione eretta, aveva salito più vette dolomitiche del sottoscritto. Niente male per un bassotto tedesco di pelo scuro e liscio alto solo un paio di spanne. Vagabondando per le montagne, grazie anche alla vigile sorveglianza di Franco, era più volte sfuggito per un pelo agli agguati delle aquile che lo avvistavano dall'alto. Per ironia della sorte, proprio alla fine si è trovato indifeso di fronte al predatore più pericoloso, quello che uccide per divertimento, avidità o indifferenza: Scopetta ha concluso i suoi giorni a metà di novembre, per le ferite inflitte dalle ruote di un'automobilista distratta.

Nel 2000, l'anno del premio Pelmo d'Oro per la carriera alpinistica assegnato al padrone, il suo muso nero e appuntito era apparso insieme a Franco sulla copertina dello Scarpone, la rivista mensile del Club Alpino Italiano. Solo un mese fa è stata invece la volta di Alp Grandi Montagne nella monografia dedicata alle Dolomiti Bellunesi, con una bella immagine scattata da Stefano Ardito. Ma non bisogna dimenticare anche la breve apparizione dentro Risvegli e precipizi, il documentario girato dal regista Gino Cammarota per il programma televisivo Geo&Geo.
Anche la scrittrice Luisa Mandrino, nella biografia intitolata La forza della natura (CDA&Vivalda editore, ottobre 2002), gli ha riservato un posto d'onore:
A volte, nei rifugi, un ragazzo che arrampicava, un giovane esemplare di ragazzo pieno di sogni lo riconosceva: «Ma lei è Miotto?». Era lui. Coi capelli bianchissimi, molto corti, glieli tagliava Donatella come gli piacevano. In compagnia di un bassotto tedesco di nome Scopetta. «Scopetta?», chiedeva qualcuno. «L’è femmina?» «No. L’è maschio. Ha fatto il suo dovere», rispondeva Franco, alludendo a certi cuccioli che aveva visto zampettare nelle case del vicinato, molto simili a quel piccolo mascalzone.
Negli ultimi tempi lo avevo visto più di una volta scambiare effusioni anche con Mauro, col quale stabiliva una sintonia quasi perfetta: Scopetta gli saliva in braccio, si abbracciavano, si baciavano a vicenda ed il più delle volte finivano entrambi per addormentarsi in poltrona. «El me canaj», sussurrava in queste occasioni Mauro con complice intesa, «mi e ti son della X Mas». Ciao, Scopetta.

[29 novembre 2006]
*** ***

domenica 11 dicembre 2016

OBIETTIVO, MA NON TROPPO


Due fotografie dal fondo della Valle di San Lucano (Dolomiti agordine), scattate in due diversi momenti della giornata di oggi, domenica 11 dicembre 2016. Le immagini - una presa di mattina presto, l’altra al declinare del giorno - ritraggono il nucleo centrale del massiccio montuoso delle Pale di San Lucano come visibile dalla frazione di Col di Pra e dalla strada bianca che sale verso forcella Cesurette.

Sebbene quasi in secondo piano rispetto alla presenza monumentale del monte Agnèr che si trova giusto di fronte, le Pale di San Lucano hanno una storia alpinistica di tutto rispetto. Dopo i pionieri Attilio Tissi, Giovanni Andrich ed Emilio Comici nei primissimi decenni del secolo scorso, le sue pareti sono state salite in tempi diversi da Alessandro Gogna, Franco Miotto, Riccardo Bee, i fratelli Ilio ed Ettore De Biasio, Ivo Ferrari, Marco Anghileri e molti altri nomi di primo piano.
Io invece, considerata la mia scarsa o nulla dimestichezza con la roccia, mi accontento del mio ruolo di camminatore imbranato e preferisco ammirarle dal basso.

giovedì 8 dicembre 2016

A CACCIA DI SPETTRI

Un mare di nuvole sulla Val di Zoldo
No, non si tratta esattamente degli Spiriti della Montagna di buzzatiana memoria. Quelli, oltre a spuntare da ogni angolo dei dipinti dello scrittore e giornalista bellunese, sembra fossero piuttosto timidi e che al massimo diventassero un po’ scontrosi quando gli umani si mettevano in testa di costruire una nuova strada in alta quota, come quella sotto le Tre Cime di Lavaredo.

Lo spettro di cui scrivo stavolta è ben più concreto, sebbene assai sfuggente. Si manifesta in luoghi solitari ed isolati come l’alta montagna, e soltanto in particolari condizioni meteorologiche: sole basso con luce radente, umidità diffusa, visibilità non perfetta. In tempi remoti, contesti come quello appena descritto sarebbero stati sufficienti per risvegliare timori superstiziosi e percepire le presenze più inquietanti. Il nostro spettro, a dispetto del nome, costituisce invece un fenomeno ottico ben spiegato dalla scienza: alcuni lo chiamano Gloria, sebbene il suo nome tecnico sia Spettro di Brocken.

Cito dal sempre autorevole Wikipedia: «[…] Essa è un’illusione di un enorme ingrandimento dell’ombra proiettata dall’osservatore, quando il Sole è basso, sulla superficie delle nuvole che circondano una montagna su cui l’osservatore si trova. Solitamente è caratterizzata dalla presenza di una corona luminescente intorno al capo o comunque alla parte più alta della figura».

Lo Spettro di Brocken in vetta allo Spiz de Zuel
La prima volta che avvistai il fantasma era il dicembre del 2011: mi trovavo sulla vetta dello Spiz de Zuel, proprio in vista della Moiazza e sul limite superiore degli strati nebbiosi che poltrivano sul tratto mediano della Val di Zoldo. Sotto i nostri piedi tutto era grigio, mentre sopra le nostre teste il Sole faceva risplendere le vette circostanti di una luce soffusa e quasi onirica. L’apparizione si manifestò allora poco più in basso di noi, ed in quell’occasione colse alla sprovvista tanto il sottoscritto quanto l’amico che mi accompagnava: nessuno dei due ne aveva infatti mai avuto in precedenza alcuna esperienza diretta.

«In mano a gente più credulona, una roba del genere sarebbe già Padre Pio», commentò allora con umorismo un altro amico guardando la foto. In seguito, ma allora sapevo già cosa potevo aspettarmi, l’incontro con questo simulacro luminoso ebbe una replica sulla cresta delle Prealpi bellunesi - le mie Terre Selvagge - sul finire del 2014, con un clima tardo-autunnale che conferiva al paesaggio un’atmosfera quasi tolkieniana degna degli Spettri dei Tumuli.

La Gloria nella nebbia sulle Prealpi bellunesi
E la Gloria, manco a dirlo, era di nuovo lì ad aspettarmi per pavoneggiarsi danzando davanti al mio obiettivo fotografico. Allora mi saltò agli occhi come lo Spettro di Brocken costituisse in fin dei conti l’alter ego trasfigurato del sottoscritto, o meglio dell’ombra che è parte inseparabile di ogni persona. Fu come una lezione di vita: gli spettri, luminosi ed oscuri nello stesso tempo, nascono dalle ombre vere o spirituali che ci portiamo appresso per ogni santo giorno della nostra esistenza.

martedì 16 aprile 2013

IL CIRCO VOLANTE DELLE ZURLE

La Val Popéna vista dalla strada del monte Piana
Domenica 14 Aprile 2013: DOLOMITI D’AMPEZZO, monte Piana (m 2272).

Si festeggia la prima domenica di indiscutibile bel tempo con un giro tardo-invernale sul monte Piana, già teatro di cruenti scontri armati durante il primo conflitto mondiale 1914-1918. Partenza a piedi dal lago di Misurina (m 1776) e prosecuzione con le ciaspe alla volta del rifugio Bosi (m 2209) passando per forcella Auta (m 1984) lungo il percorso pedonale che passa a sinistra del Col delle Saline. Arrivo in “vetta” presso il monumento al Carducci, sosta per il pranzo al sacco e ritorno a valle per la medesima via di salita.

Circa 400 metri di dislivello, per 5 ore di percorrenza totale. Meteo finalmente primaverile nonostante la molta neve ormai marcia, con atmosfera limpida e molto sole.

La partenza di buon mattino ci pone al sicuro dal rischio delle slavine, che almeno in un paio di punti della carrozzabile che conduce in vetta al monte Piana sono in agguato durante una giornata così calda. Presso il monumento al Carducci uno squadrone di zurle ci accoglie festante, aspirando ai nostri panini senza troppi giri di parole. Nei pressi della cima avvistiamo il Mauro nazionalpopolare in versione capitan Uncino scialpinista.